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LE OPERE DI Francesca Pels | Bio |
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AUTORE: Francesca Pels
DATA: 27/4/2012
CATEGORIA: Racconto
GENERE: Societ
ON AIR (parte I)


Il piccione appollaiato sul lurido cartello stradale che indica la trentatreesima sembra essere l'unico in apprensione per un'anziana, seduta sulle strisce pedonali.
Quando stava attraversando l'incrocio, la vecchietta inciampata nelle borse della spesa. Mentre cerca di rimettersi in piedi incalzata dai clacson degli automobilisti, un ragazzo mi si avvicina divorando con morsi feroci una delle mele che ora ricoprono l'attraversamento pedonale.
Io e alcuni miei colleghi stiamo rientrando dalla consueta pausa pranzo.
Prima di riprendere il lavoro in cima al grattacielo, dove non c' mai campo, faccio un paio di telefonate per confermare la prenotazione al ristorante sotto casa. Stasera credo proprio che John si decider a chiedermi di sposarlo.
Nel frattempo i miei colleghi hanno ripreso le loro postazioni di lavoro: tra poco l'Empire avr i riflettori puntati addosso, quindi anch'io mi sbrigo a rientrare e a salire al mio piano, l'ottantunesimo.
Raggiungo la mia scrivania. Finisco di riempire uno scatolone con gli oggetti rimasti sul tavolo e lo porto a Camille, a cui stato affidato il compito di sistemare le nostre cose al sicuro, prima che la cosiddetta evacuazione abbia inizio.
Ho appena impilato la mia scatola sulle altre, quando suona l'allarme. Mi volto verso Camille: " in anticipo." "Hai ragione" mi dice. Insieme ci avviamo verso l'ascensore come prestabilito, mentre la sirena continua a squillare assordante.
"Ho dimenticato la borsa!"
"Ok, muoviti e valla a prendere."
Corro energicamente verso la mia scrivania: mi tremano le mani e il torace.
Facendo un respiro profondo mi getto la tracolla sulla spalla sinistra. Intanto la sirena smette di suonare e io corro di nuovo verso l'ascensore.
Non c' pi nessuno.
Chiamo insistentemente l'ascensore ma non c' niente da fare, l'hanno gi messo fuori uso.
Mi fiondo gi per le scale di emergenza finch, arrivata fino al sessantatreesimo piano, un crampo mi contrae un polpaccio e due guardie mi afferrano per le braccia; prima che io possa mostrargli di essere dello staff, mi strattonano in una delle stanze blindate adibite a contenere i visitatori prescelti durante l'evacuazione.
Non pu essere vero.
Mi ritrovo in una saletta di circa venti metri quadrati insieme ad altre due persone.
Sbatto i pugni, le mani, gli avambracci, i piedi contro la porta, ma i due tizi vestiti da guardie se ne sono gi andati. Sono spacciata insieme a un uomo e a una donna che sembrano non essersi mai visti prima.
I due mi guardano disorientati e la donna subito mi domanda: "Dicono che c' una bomba, vero?"
Mi si mozza il fiato.
Cercando di inghiottire lo sguardo con le palpebre, mi limito a risponderle in apnea: "Non so." Scivolo lungo la parete di fianco alla porta e l mi accuccio con la guancia destra contro il muro.
Dopo un secondo, un minuto o forse una mezzora, la stanza vuota incomincia a riempirsi delle parole dei miei consorti: la loro voce convinta e convincente si scambia battute di breve conforto. Poi si mostra pi fragile e i due si rivolgono parole interrogative, spezzate, come se stessero per scoppiare a piangere, sacrificando la fluidit della conversazione, allo scopo di evitare lo sgorgare imminente delle lacrime.
Entrambi si gettano contro la porta. All'inizio cercano di aprirla, ma appena percepiscono la durezza della serratura chiusa a pi mandate, iniziano a batterla con tutta la violenza che riescono a trovare nelle nocche sottili, nelle dita appiattite, nelle spalle, nella punta delle ginocchia, nella suola delle scarpe e persino nella fronte.
Mentre il ragazzo continua a colpire la porta con pugni echeggianti, la donna indietreggia con le mani spalancate, tremanti e violacee. Inizia a camminare freneticamente per la stanza. Vede il condotto dell'aria: ad altezza d'uomo, baster un po' di forza e di agilit per mettersi in salvo, pensano entrambi, ora che l'hanno visto. Tentano insieme di sradicarlo. Cercano di eliminare la grata a chiusura del condotto: la tirano, la spingono, la strattonano, la implorano, invano. Loro non sanno che stata sigillata un paio di giorni fa insieme a tutte le altre possibili vie di fuga, in quella come in altre decine e decine di stanze del grattacielo.
Quando hanno ormai completamente saggiato la loro impotenza, lei si siede al mio fianco, singhiozzante.
Mi racconta che suo figlio sta per laurearsi alla NYU e che questo pomeriggio ha lasciato suo marito in albergo, perch voleva farsi un giro per la citt. Dice che non mai stata nella grande mela, come se la macchina fotografica ancora appesa al collo insieme alle guide che le spuntano dalla borsa non lo dimostrassero inequivocabilmente; le sue lacrime ininterrotte mi fanno capire che questi fatti, a lei, moglie e madre, che non era mai stata a New York, sembrano motivazioni pi che valide per cui tutto quello che ci sta accadendo non possa essere reale.


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