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LE OPERE DI Francesca Pels | Bio |
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AUTORE: Francesca Pels
DATA: 27/4/2012
CATEGORIA: Racconto
GENERE: Societ
ON AIR (Parte II)


Nel frattempo il ragazzo si spostato davanti alla finestra: con il cellulare in mano contempla quel rettangolo di cielo crepato dalle punte dei tanti grattacieli che, simili a rami disarmonici di un albero infetto, scrutano dall'alto le colonne gialle di taxi, immobili lungo le strade come se fossero foglie secche.
"Non c' campo" gli dico, mentre la signora soffoca un gemito a causa dell'ennesima prova che siamo intrappolati. Lui si infila il telefono in tasca senza distogliere lo sguardo dalla finestra. Sembra ancora anelare a liberarsi dall'inespugnabile sessantatreesimo piano. uno di quei soggetti che non immagineresti mai di incontrare a una mostra, soprattutto da soli.
Passavo interi pomeriggi a osservare i tipi come lui attraverso i monitor delle telecamere di sorveglianza, quando si facevano sentire acuti i dubbi riguardo alla benignit di questa evacuazione.
Inizialmente sembrava un buon progetto. Avrebbe risollevato le finanze dei proprietari dell'Empire, gonfiato conseguentemente gli stipendi dei dipendenti ed evitato i licenziamenti che incombevano innumerevoli. Per non ci avevano spiegato chiaramente il fulcro del progetto: una volta che fu precisamente esposto, divenne troppo tardi per tirarsi indietro e quel fondamentale particolare trascurato divent una vera e propria minaccia per tutti noi al corrente della programmata evacuazione.
L'unico dipendente a opporsi nonostante tutto era stato Sam.
Il giorno in cui ci hanno convocati individualmente, sicuri di raccogliere un consenso unanime, lui solo si era rifiutato di acconsentire. Da allora non lo abbiamo pi rivisto.
Nessuno ha mai saputo che cosa abbia detto durante quel colloquio, ma l'immagine di lui che sbatte la porta dell'ufficio, in cui ci chiamavano a pronunciare la scelta, era stata il principale oggetto dei bisbigli tra colleghi in ascensore. Tuttavia, dal momento in cui la sua scomparsa era divenuta evidente, non ne parl pi nessuno; non so se perch ormai aveva assunto la macabra pericolosit di una notizia di cronaca nera o perch risvegliava un certo senso di colpa in noi, che conoscevamo la sua opinione, ma mai e poi mai avremmo creduto che sarebbe giunto a tanto per difenderla.
La donna al mio fianco smette per un attimo di piangere e rivolge gli occhi assorti verso il condotto dell'aria. Dalle stanze pi vicine alla nostra ci raggiungono le voci degli altri inconsapevoli detenuti e la saletta si affolla di fantasmi, che piangono, imprecano, urlano, stanno in silenzio.
Nel generale grido di disperazione si staglia il rombo di un elicottero sopra di noi.
I miei due compagni si avvicinano alla finestra, schiacciandosi contro il vetro. Gli occhi lucidi della signora ci dicono che probabilmente sono venuti a salvarci. Io mi alzo e li raggiungo alla finestra.
Come immaginavo, l'elicottero della Cablevision, l'azienda proprietaria del Newsday. questo il quotidiano insieme a cui i proprietari dell'Empire hanno concordato l'odierna evacuazione, per risanare il deficit nei rispettivi bilanci. Gli accordi sono stati elementari: il grattacielo fornisce al giornale e alla compagnia di telecomunicazione una notizia sostanziosa, in cambio riceve una parte abbondante dei guadagni ricavati dallo spettacolo inscenato.
Se l'elicottero gi arrivato, significa che mancano ormai pochi minuti allo show. Pochi minuti allo scoppio delle bombe posizionate a met del grattacielo.
I visitatori rinchiusi nel gigante di cemento sono l'inconsapevole moneta di scambio dei proprietari dell'Empire: l'evacuazione, anzich servire a metterli in salvo, era l'espediente per incastrarli.
Io sono rimasta impigliata nella rete dopo averla tessuta.
Il ragazzo e la signora mi stanno vicini tanto da sentire sulle braccia il tremito del loro respiro. Improvvisamente un primo scoppio li fa gridare: mi stringono ancora pi forte e piangono ansimando.
Gli occhi mi bruciano e un fastidio mi occlude la gola all'altezza delle tonsille. Il ragazzo rimane pietrificato, ma il suo sguardo non corre pi fuori dalla finestra, fissa la stanza rimbalzando dalle pareti alla porta, poi sul pavimento, sul soffitto e ancora sulla porta.
Era dal 2012 che non piangevo pi.
Riesco a sentire la voce crescente della donna, che alle mie spalle incalza continui: "No no no", finch un tonfo polveroso fa calare il buio.
Mi ritrovo sudata e ansimante nel mio letto.
La sveglia sta suonando sul comodino di John. Mentre io rimango seduta sul materasso sconvolta, la tachicardia sembra incalzata dal ritmo rapido e penetrante della sveglia.
John fa arrestare l'allarme e, appoggiandomi una mano sulla gamba sinistra, mi chiede con gli occhi ancora socchiusi se va tutto bene.
Un respiro profondo riesce a rallentare la contrazione del mio organo cardiaco, che continua a rimbombarmi in gola. Accenno una serie di si con la testa, prima di lasciarmi ricadere sul materasso con gli occhi appesi al soffitto.
Oggi non vado al lavoro.
Penseranno gli altri all'evacuazione.


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