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LE OPERE DI Massimo Vaj | Bio |
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AUTORE: Massimo Vaj
DATA: 1/1/2008
CATEGORIA: Racconto
GENERE: Biografia
Due feste differenti


L'anno esatto non lo ricordo con precisione, era intorno al millenovecentonovanta, e questa imprecisione data dal fatto che facevo i turni che mi scombinavano il senso del tempo, al Don Gnocchi di Milano. Mi capitato di lavorare anche in pieno capodanno, di notte e senza suore in giro ch stavano anche loro a festeggiare e io, con la siringa d'insulina a pungere Natalino sul tricipite, mentre fuori scoppiavano i mortaretti e tutti erano quasi felici tranne Natalino, perch io non ho il dono di essere indolore come avevano le suore, quando faccio un'iniezione anche se solo sottocutanea.
Quella domenica era la festa degli Alpini e io ero di turno nel reparto dei disabili pi gravi, simpatici e giocosi, scalcagnati quasi quanto me di quell'Istituto che, in quegli anni, era ancora Pro-Juventute. Mi telefona il Direttore e mi dice che gli Alpini gli avevano chiesto di mandare due ragazzi disabili in qualit di delegati di Don Carlo Gnocchi, che era stato cappellano degli Alpini, alla loro festa, dicendogli anche che ci sarebbero stati ad attenderli due sostanziosi assegni. Tra tutti gli assistenti del Centro io ero il meno amato, perch minacciavo denuncie con facilit e pure lettere ai giornali, e quell'Istituto viaggia a cospicue donazioni e teme la cattiva pubblicit. Cos, a malincuore e non senza lottare e vendicarsi, capitava che mi accontentassero. "Vacci te e scegli i ragazzi da portare..." Mi disse il Direttore nella speranza, almeno per quel giorno, di non incontrarmi nei corridoi. Erano circa le otto del mattino e dovevo correre per arrivare alla funzione religiosa che, in Duomo, sarebbe cominciata forse alle dieci. Via Capecelatro distante dal Duomo, e non sarebbe stato facile arrivare in tempo. Scarto subito i ragazzi lunghi da preparare e decido per Luciano, che avevo gi lavato e bendato (per via del grosso decubito da spina bifida che lo affliggeva) e Natalino che, anche lui gi in piedi, avevo per dovuto convincere col miraggio dell'assegnone. Li carico sul pulmino bianco e bello, che non mi davano mai, e partiamo decisi e scherzosi come sempre. Luciano ha vent'anni che sono riusciti a superare i centotrenta chili nonostante le gambine piccole, e una forza mostruosa con braccia che gli consentono di scucire i soldi di scommessa agli sprovveduti autisti della ATM, addetti al servizio scuola, che non lo conoscono bene e non sanno che lui e la sua carrozzina spostano un autobus di sessanta posti a sedere per dieci metri e passa. Lui ogni tanto perde tutti i capelli, che gli ricrescono a chiazze, e poi s'infoltiscono di nuovo per ricadergli ancora a ciclo continuo, sopra una barba col pizzetto che gli d un'aria da professore contento dei suoi alunni.
Natalino Siculo, piccolino e magrino, ammalato di non si sa bene cosa che sembra una distrofia, ma non lo , diabetico grave e vero uomo, ch ci ha lo zio che si chiama Vito Pesce e spara. Quindi se gli fai girare le palle lui gli telefona e quello non sa pi a chi deve sparare per primo, tanti sono i nomi che lui gli detta per telefono gi in Sicilia. Si addormenta all'improvviso e tutti pensiamo che andato in coma diabetico e lo pungiamo per controllare il sange e lui si sveglia... "Bassstardiii..." e minaccia tutti di morte dolorosa e lenta. Alla Vito Pesce.
Corro come un matto, pi per la voglia di guidare un pulmino vero che per la fretta, perch quello che mi rifilavano di solito era scassato e ruggine e vecchio da non superare i settanta all'ora, vuoto. Questo lucido e ha persino i fermi per le carrozzine, cos che i ragazzi non picchiano le teste contro il tetto a ogni tombino profondo. Anche loro godono, a parte Natalino che "non gli frega una minchia", e dorme. O forse in coma.
Arriviamo in tempo e la piazza piena di Alpini. Belli e lucidi con le penne dritte e orgogliose, che aspettano di entrare in chiesa. Nessuno ci nota, "Strano..." penso
Stiamo l, intimiditi in un angolino della piazza, ed entriamo in Duomo per ultimi. Assistiamo a tutta la funzione e alla predica solenne che evocava un cannoneggiamento sulle montagne gelide, solcate da scarponi rotti nella neve alta, e poi usciamo per primi e divaghiamo, guardandoci attorno.
Vediamo spiccare una penna bianca in alta uniforme che, in un gruppetto al centro della piazza, parlottava con un alto prelato in veste porpora e capiamo subito che gli assegni era da l che dovevano arrivare. Ci avviciniamo senza fretta e ci piazziamo attorno al gruppetto blasonato, cincischiando lievi e cercando d'incrociare gli sguardi che contano.
Niente.
A un certo punto io mi spazientisco e dico a Luciano, ch Natalino sonnecchiava:"Io quasi quasi gli chiedo gli assegni a questi..."
E Luciano:"Ma che sei scemo? Io mi vergogno"
Si muove uno di loro, vecchio di brutto, e accarezza Natalino sulla testa, ma lui la scuote infastidito e gli lancia un'occhiataccia alla Vito Pesce.
" fatta!... Addio assegni." Dicono gli occhi miei e quelli di Luciano.
Mestamente risaliamo sul pulmino e torniamo a casa scontenti, sempre correndo perch a me piace guidare quel mezzo lussuoso.
Appena ci vedono, quelli della portineria cominciano a sbracciarsi e ci avvertono che avevamo sbagliato funzione. Altri Alpini avevano telefonato ancora, chiedendo quando saremmo arrivati che l avevano gi cominciato a bere. Ci aspettavano per il pranzo e di fare in fretta, che bere senza mangiare scombussola anche un Alpino.

Telefonavano da l vicino, al quartiere Gallaratese, fuori dalla chiesa del prete operaio che dice messa in una chiesa che sicuramente opera di un architetto ubriacone. Arriviamo di corsa e gli Alpini sono gi ciucchi, slungati sotto due tavolacci lunghi dell'oratorio, cosparsi di cibo e bottiglioni, che suonano la tromba, il tamburo e un violino non di Stradivari. Ci fanno una festa boia che anche Natalino si sveglia e sorride. Lo stesso timido sorriso del Don Gnocchi.

Smollano subito gli assegni ai ragazzi, che non ho mai saputo cosa c'era scritto sopra, e iniziamo a mangiare, bere e ridere e cantare con loro. Luciano stona Romagna mia, che non c'entrava nulla, ma era l'unica che sapeva bene a memoria. Gli chiedono una replica, e lui la ricanta almeno quattro volte, con quel suo terribile vocione da basso che se avesse gridato "Arrendetevi!" sulle montagne dell'ultima guerra, questa sarebbe finita prima.
Quel giorno Yin e Yang danzarono confusamente vicini e, davanti ai miei occhi, forse imbrogliandoli e forse no, il gioco degli opposti non riusc ad accordarsi.


NOTE AUTORE
Questa una storia vera nei suoi pi piccoli particolari, accadutami nei lunghi e meravigliosi anni nei quali assistevo i miei amati ragazzi all'Istituto Don Carlo Gnocchi di Milano. A loro la dedico, in tutta la tenerezza che impregna il mio animo quando penso al loro coraggio.
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