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LE OPERE DI Andrea Bertora | Bio |
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AUTORE: Andrea Bertora
DATA: 20/12/2010
CATEGORIA: Racconto
GENERE: Letteratura
Collegno


Come un'astronave in viaggio verso i confini dell'universo cos ero io dentro il carrello del supermercato, lanciato a velocit folle gi dal cavalcavia di Corso Francia. Il Castello mi osservava lontano e incurante, protetto com'era dalle massicce montagne. Mi ero accucciato per diminuire l'attrito dell'aria e acquistare la maggiore velocit possibile. Le ruote saltavano su ogni asperit dell'asfalto tutt'altro che liscio e ogni balzo era un colpo alle ginocchia. I semafori lampeggianti segnavano il mio percorso, come dei suggeritori affidabili e silenziosi. La notte era mia.
La discesa era lunga e ad ogni metro schiacciato dal carrello mi avvicinavo sempre di pi alle stelle, anche se non lo sapevo ancora. Avevo considerato tutto: distanze, tempi, accelerazioni, inerzie, venti e umidit. Avevo considerato tutto tranne Mimmo.
Mimmo e io ci siamo conosciuti al parco del manicomio. Io ci andavo i bicicletta, lui ci viveva. Stavo costeggiando il campo di calcio in direzione del chiosco quando all'improvviso ho visto davanti a me un tizio in giacca e cravatta, impeccabile, molto ben pettinato e con un paio di scarpe lucide come la schiena di un cavallo. Istintivamente ho frenato evitando di sbattergli addosso con la bicicletta. L'uomo elegante ha iniziato a piangere, dicendomi: "Mamma, perch mi picchi? Perch lo fai, mamma? Smettila per favore, ti prego. Perch mi picchi? Perch?".
Mi sono intenerito. Forse stata la prima volta nella mia vita. Al chiosco, facendo lentamente sgocciolare il ghiacciolo all'arancia che gli avevo offerto, Mimmo mi ha raccontato che sua madre era uguale a me. Cos uguale che secondo lui ero lei. Gli ho promesso che non lo avrei pi picchiato e lui ha sorriso. Non aveva nemmeno un dente.
Siamo diventati amici, secondo me. Secondo lui eravamo parenti da sempre. Comunque insieme stavamo bene. Ogni volta che ci vedevamo rinnovavo la mia promessa di non menarlo e lui sorrideva felice nel suo completo chic, sempre lo stesso. Chi ci vedeva insieme probabilmente pensava alla stranezza di un uomo raffinato di fianco a uno sgangherato ragazzo un po' troppo magro. Io mi domandavo come potesse il suo abito essere sempre cos pulito e in ordine. Non parlavamo molto, ma non era importante. Ci piaceva guardare le partite di calcio al parco il sabato pomeriggio. C'erano ragazzi giovani e uomini un po' pi avanti con l'et che si davano appuntamento ogni settimana, tiravano fuori per magia due piccole porte e per un paio d'ore giocavano a pallone. La loro ripetitivit era come un rito e mi trasmetteva un senso di sicurezza. Era bello pensare che qualunque cosa fosse successa nella mia vita, qualsiasi disgrazia o calamit naturale avesse travolto i miei giorni, il sabato pomeriggio queste persone sarebbero state l a correre cercando di far gol, mentre Mimmo sorrideva. Per sempre.
L'aria mi stava scompigliando i capelli e in condizioni normali questo mi avrebbe procurato un enorme fastidio. In quel momento per ero troppo occupato a pensare a come avrei potuto evitare di andare a sbattere contro Mimmo. Come si pu fermare un carrello della spesa lanciato in discesa a folle velocit, standoci dentro? In un istante capii che quella sera sarebbe stato meglio starsene a casa davanti alla tv. Eppure non era proprio la sensazione di prigionia che mi davano le serate trascorse davanti allo schermo a spingermi a fare un gesto estremo? Ma forse avrei potuto scegliere un'azione meno stupida per dimostrare a me stesso di essere vivo. In ogni caso ormai era troppo tardi per tornare indietro.
Il mio corpo decise che era opportuno vomitare. Rischiai seriamente di soffocare, credo, e mi sporcai molto. Pensai che avevo chiuso il cerchio, riempiendo per la seconda volta il carrello con le stesse cose che vi avevo riposto al supermercato. Solo un po' modificate. Provai ad urlare a Mimmo di spostarsi, ma i conati strozzavano ogni mio tentativo. Lui era l, impalato e inappuntabile. In perfetta rotta di collisione con la mia vita.
La botta fu tremenda. Il carrello si trasform in una catapulta e io in un esploratore del cosmo, tanto arrivai in alto. Durante la parabola il tempo si ferm e dalle orecchie scapp via ogni rumore. Furono istanti eterni, nei quali la citt sembrava una culla pronta ad accogliermi con materno calore. Mi sentivo protetto e non avevo paura di farmi male. Ero certo che me la sarei cavata.
Atterrai sull'aiuola spartitraffico. L'erba era cos alta che Mimmo fece fatica a trovarmi. Controllai di avere ancora tutti gli arti. A parte il forte odore di vomito, ero a posto.
"Meno male che il matto sono io " disse Mimmo, chino sopra di me. Rideva, per l'appunto, come un matto. Non aveva nemmeno un graffio e il suo vestito era come sempre impeccabile.
"Tu non sei matto, tu sei proprio pazzo" gli gridai, finalmente libero dai conati. "Che cosa ti saltato in mente? Potevamo ammazzarci, lo sai?".
Mimmo sorrideva. "Tu hai rischiato di ammazzarci, non io. Tu ti sei messo in un carrello e ti sei lasciato andare gi dalla discesa, non io. Meno male che qui l'erba il Comune non la taglia mai, se no a quest'ora eri morto di sicuro".
Restai sdraiato sull'erba per non so quanto tempo. I fili verdi mi avevano salvato e ora continuavano alti a proteggermi dal mondo. Dormii, forse. Oppure restai con gli occhi aperti a fissare le stelle della mia citt, non lo so pi. Mimmo era svanito. A poco a poco arriv la luce di un altro giorno e con essa la forza per alzarmi e lanciarmi a tutta velocit nella noia di sempre.


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